CARDITO / CELLOLE – Tragedia di Arzano, la sociologa Cappabianca: “I bambini sono campanelli d’allarme delle violenze familiari, le istituzioni devono saperli cogliere”

CARDITO / CELLOLE (Matilde Crolla) – Spesso la realtà supera la fantasia, anche quella più cruda, impensabile. Come si può uccidere di botte nel vero senso della parola un bambino di nove anni? La tragedia consumatasi a Cardito in provincia di Napoli qualche giorno fa è assurdo ed inaccettabile. Spesso il mostro, l’uomo nero lo abbiamo in casa. Purtroppo gli episodi di violenza domestica non sono diminuiti con l’avvento del nuovo millennio, la globalizzazione, le tecnologia, i passi avanti della scienza non hanno scongiurato quei casi di ‘uomo padrone’.  “L’inaccettabile omicidio consumatosi tra le mura domestiche di una famiglia di Cardito, è una delle terribili conseguenze di una piaga sociale spesso “invisibile” che è quella

della violenza intrafamiliare assistita e/o subita dai bambini. Come Sociologa e Mediatore Familiare, ma prima ancora come donna, la mia riflessione è rivolta ad indagare le cause più profonde legate al sempre più diffondersi di questi fenomeni”, lo afferma Rossella Cappabianca, sociologa e mediatrice familiare. “La tutela dei bambini vittime e testimoni di violenza intrafamiliare si collega alla complessa rete che si attiva per contrastare la violenza di genere e coinvolge una pluralità di interventi, i quali, purtroppo, solo in parte sono realizzati tenendo conto dei bisogni dei più piccoli, nonostante i diversi provvedimenti

dell’autorità giudiziaria e di recupero delle capacità genitoriali siano pensati proprio nell’ottica della protezione dei minori. Questo perché la famiglia resta ancora la più “privata”, autoreferenziale e isolata di tutte le aggregazioni umane, capace di creare le relazioni umane più ricche, in cui i genitori possono fornire le migliori opportunità per i propri figli ma anche esporli ai rischi e alle esperienze più distruttive. Ma i bambini, in realtà, sono i più grandi comunicatori, attraverso i racconti, i gesti che imitano e che riportano possono inviare messaggi su quella che è la loro condizione familiare a volte opposta

all’immagine pubblica che la famiglia vuole dare di sé. Messaggi che emergono spesso a scuola che è il luogo di socializzazione più importante per il minore subito dopo il contesto familiare e che possono portare all’avvio di un intervento di tutela. La violenza assistita e poi subita ha caratteristiche particolari in quanto il bambino è testimone di una violenza fisica o psicologica grave agita da un adulto nei confronti di un componente del nucleo familiare, che può essere anche un fratello, come in questo caso

terminato nel più inaccettabile dei modi. Ad ogni modo, un bambino violato si porta dietro un danno socio-relazionale ed emozionale profondo che può determinare delle conseguenze nelle sue relazioni familiari, professionali, amicali e di coppia in età adulta. Tutto dipende dalla capacità di adattamento, flessibilità e resistenza allo stress e alle avversità del soggetto e dei membri del nucleo familiare, ma necessita di una “azione di rete” forte.

E questo diventa ancora più evidente alla luce dei diversi cambiamenti del “sistema famiglia” e delle relazioni di coppia. Sono sempre più frequenti le “famiglie ricostituite o allargate” che portano ad una riorganizzazione delle relazioni tra i figli dei diversi partner della nuova coppia formatisi o tra questi ultimi e il nuovo compagno della madre o del padre, non privi di momenti di conflittualità.

Spesso all’interno dei nuclei familiari in cui i bambini subiscono esperienze traumatiche ci si trova di fronte ad adulti che pur avendo nei confronti del figlio un sincero legame affettivo non riescono a coglierne i bisogni. Sono genitori che non avendo potuto contare loro stessi sulla protezione e la vicinanza di adulti, si trovano poi ad avere delle difficoltà ad essere un riferimento genitoriale di supporto ai bisogni dei loro figli. Ma quante persone che stanno leggendo questo articolo si diranno che oggi è difficile

educare i figli, che queste sono solo parole? Esiste ancora un modello educativo e culturale che tende a “normalizzare” certe situazioni. Ma lavorare sulla violenza significa abbandonare certe convinzioni. Siamo tutti a rischio di agire e subire comportamenti maltrattanti. Per interrompere il maltrattamento bisogna rendersi conto di cosa lo ha generato ma per prevenirlo c’è bisogno di una incisiva azione culturale. I bambini sono vittime ma sono il primo campanello di allarme di quello che non va. Per questo, a mio parere, gli interventi nelle scuole devono aumentare ed essere strutturati, per rilevare situazioni di abuso”, conclude la Cappabianca.