MATESE – Ente montano, il dietrofront di Palmieri e la vittoria di un sistema sempre più distante dalle aspettative della gente

MATESE (Francesco Mantovani) – L’affaire comunità montana è l’ennesimo colpo al cuore inferto ad un territorio ormai ostaggio di una politica capace soltanto di dividere e premiare il servilismo a discapito di professionalità e competenze. Una politica che calando diktat dall’alto a iosa e muovendo pedine a suo piacimento continua a giocare una perenne partita a scacchi sulla pelle di cittadini, lavoratori e imprese, ma anche di quegli stessi amministratori locali che vivendo in una condizione di irrefutabile schiavitù morale preferiscono mortificare la loro dignità sconfessando se stessi e quelle poche idee che ancora sono capaci di esprimere nel giro di neanche ventiquattr’ore. E’ questa la triste realtà con la quale 42mila vite umane che popolano il comprensorio sono costrette a convivere quotidianamente. La nuova Caporetto del Matese si è consumata nella notte appena trascorsa nel momento in cui Enrico Palmieri, rappresentante e delegato del comune di Alife, designato dai sindaci di frontiera quale loro candidato presidente dell’ente montano, ha rimesso la delega nelle mani del suo sindaco – Maria Luisa Di Tommaso – determinando di fatto un nuovo ribaltamento dei rapporti di forza in seno alla Comunità Montana. Una resa incondizionata che più che garantire il bene della sua comunità, probabilmente permetterà a qualcuno di mantenere i suoi privilegi restando incollato alla poltrona di qualche consorzio. Un do ut des in pieno stile democristiano che non meraviglia certamente chi ancora conserva un minimo di memoria storica al cospetto del quale non ci fanno una bella figura non tanto il vice sindaco Palmieri e il gruppo

al quale politicamente appartiene, quanto il sindaco di Alife che se ha preferito rinunciare alla presidenza in cambio di una vice presidenza avrà avuto i suoi motivi. Forse gli stessi motivi messi in bocca al povero Palmieri pur di giustificare un prevedibile ma non per questo non imbarazzante dietrofront. Se salvo altri colpi di scena la Comunità Montana finirà nelle mani di Gennaro Oliviero e di qualche altro politico regionale non è tuttavia un dramma. Ai sindaci di frontiera, a differenza di qualche collega, capaci di aver resistito fin dal primo minuto ai profeti del manuale Cencelli e delle corsie preferenziali in cambio di fedeltà a patti decisi a tavolino, il merito di aver scoperto quel vaso di Pandora entro il quale la politica dall’alto della sua sfera di influenze ha cercato di occultare per lungo tempo le più bieche e recondite manovre pur di accaparrarsi poltrone e incarichi alla faccia del merito e delle competenze. Agli altri nove sindaci del comprensorio, ma soprattutto ad Oliviero, una vittoria di Pirro che potrebbe rivelarsi un boomerang in vista delle imminenti regionali per il partito che rappresentano, come ben sa lo stesso presidente campano del Pd Stefano Graziano che, pur essendo ben a conoscenza dei fatti, ha preferito ‘lasciar fare’ al suo plenipotenziario locale. Aver costruito negli anni un consenso popolare anche attraverso l’assegnazione di incarichi e poltrone se nell’immediato si è rivelata una carta vincente non è detto che continui ad esserlo all’infinito. Un sistema politico  capace di declinare in maniera compulsiva diktat dall’alto nell’interesse esclusivo della sua stessa sopravvivenza senza tener conto delle aspettative di un popolo è destinato antropologicamente prima o poi a crollare su stesso. Unitamente a quella montagna di promesse disattese e sepolte già da un pezzo sotto la brace della disillusione.